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Diario di una città vista dal basso di Alfredo Martinelli

08/01/2013
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[Primo Giorno] – SECONDA PARTE

 

Durante i primi metri non ho osservato la strada. Avevo il capo reclinato verso il basso e m’ero perso fra le solite considerazioni da indeciso. Non capivo se seguirla fosse stata una scelta giusta e cosa avrei potuto dire in redazione per giustificarla senza rischiare un
richiamo o addirittura il mio futuro lavorativo. Maria m’avrà sicuramente letto il volto e quando ci siamo trovati sul marciapiede d’un lungo viale alberato, s’è fermata per parlarmi:
– “Fra poco ti farò conoscere alcuni amici. Se riesci a porti bene, potrai ascoltare le loro storie. Sono cose reali, crude, che accadono qui come altrove, ma in pochi le raccontano perché non piacciono a tutti. Sei ancora sicuro di volermi seguire?”
Sarà stato nuovamente il mio dáimōn o semplicemente il suo modo materno di trattarmi, ho detto un ‘sì’ realmente convinto ed abbiamo ripreso il cammino. Di fronte c’era la stazione, ho potuto osservare qualche autobus di linea e qualche taxi. Sul marciapiede antistante poche
persone, alcune appoggiate alla parete, come se aspettassero qualcuno, altre parlottavano fra loro. Da lontano non ho potuto distinguere altro, ma spero di tornarci in questi giorni.
Continuando ancora qualche metro, siamo giunti davanti ad un bar in cui Maria è entrata chiedendomi d’aspettare fuori. Dalla vetrina ho visto in molti salutarla cordialmente, con alcuni ha scambiato i convenevoli per poi fermarsi alla cassa a parlare con un tipo grosso, non enorme, ma ben piazzato, con lo sguardo torvo mono espressione. Lui m’ha guardato da
capo a piedi, poi ha voltato la testa per chiamare qualcuno.
A me i bar non piacciono, fin da piccolo ho sempre avuto la sensazione che siano posti in cui o si perde tempo o si fanno cose losche. Mi è salita un po’ di paura, così ho preferito spostarmi per non dare nell’occhio ed evitare che a qualcuno venisse l’infelice idea di sfogare
su me i suoi malumori, ma poco dopo è uscita Maria con un’aria leggermente allarmata che s’è rasserenata quando m’ha visto:
– “Ma che fai, ti nascondi? Guarda che qui non hai nulla di che preoccuparti, sono tutte brave persone!”
Che figura, ho provato a giustificarmi dicendole che volevo guardare le vetrine del negozio accanto, ma, dall’espressione che aveva, penso che non m’abbia creduto. Accanto c’era un ragazzo e lei non ha perso tempo a presentarci, anche per smorzare la mia imbranataggine.
– “Ha detto Maria che mi vuoi parlare, che sei un giornalista e che farai sapere a tutti la mia storia.”
Gli ho detto di sì per non deluderlo, anche se non so realmente cosa succederà di quello che ha raccontato, se qualcuno deciderà di pubblicarlo o rimarrà solo un file all’interno di questo piccolo computer.
Subito dopo la mia conferma inizia ad agitarsi, Maria gli passa la mano fra l’orecchio e la tempia, l’invita a calmarsi e parlare senza paure, perché andrà tutto bene, poi s’allontana, pensando che la sua presenza avrebbe potuto in qualche modo condizionarlo.
Lui mi guarda, ha gli occhi sbarrati, si gira intorno come per controllare la presenza di qualcuno e mi chiede di seguirlo in un altro posto. Lasciandoci la stazione alle spalle abbiamo percorso qualche decina di metri e ci siamo infilati in una specie di cortile aperto.
Varcando la soglia, delimitata da una sbarra orizzontale, m’è sembrato di entrare in un altro quartiere, con palazzi moderni, poche auto e stradine di servizio pulite. Ancora pochi metri e, individuata un’area per lui protetta, ha iniziato a parlare senza che gli abbia chiesto nulla.
In quel preciso momento mi sono maledetto ed ho capito perché alcuni colleghi anziani hanno quei cazzo di telefoni grossi e costosi mentre col mio a stento riesco ad inviare gli SMS. Lui parlava ed io non sapevo come memorizzare tutte quelle parole. L’ho dovuto fermare, gli ho chiesto scusa e la cortesia di ricominciare. Per fortuna non l’ha presa male, forse era troppo preso dall’ansia di raccontare o Maria m’ha presentato come chissà chi. Quando gli ho dato il via ero riuscito a trovare nel portafogli uno scontrino del supermercato su cui ho segnato i punti salienti del racconto, che adesso spero di riportare nel migliore dei modi:
– “Ho quarant’anni, hai capito? quarant’anni e non ho un lavoro vero da otto anni, da quando quei bastardi hanno chiuso la fabbrica. Sono venuti ed hanno costruito con i soldi dello Stato, quelli delle nostre tasse, poi, passati i cinque anni minimi, hanno cominciato a licenziarci tutti, un po’ alla volta. Là facevo il ragioniere insieme ad un altro più grande che m’ha insegnato il mestiere. Ero contento di stare lì, non mi sembrava vero. Mi sono anche sposato ed ora ho un figlio.  I primi anni c’era un commerciale, uno che girava per vendere quello che si produceva. Poi l’hanno tolto di mezzo senza rimpiazzarlo ed il collega anziano me lo disse subito -fra poco chiudiamo, ci hanno negato l’autonomia nelle vendite perché ci vogliono far dipendere da loro, così poi possono farci chiudere con una giusta causa e portare nelle loro
fabbriche i macchinari, tutti i macchinari comprati col finanziamento- aveva ragione perché così è stato. E sai che facevano? mandavano me a fare le carte per licenziare i colleghi. E lo sai cosa pensavo ogni volta? Meglio loro che io, meglio loro che io! Ero un verme. A
ripensarci oggi mi faccio schifo, ma avevo paura perché a casa dovevo pagare il fitto, le bollette, la spesa e mia moglie voleva anche un altro bambino.Lo sai che significa sentire la terra che si sbriciola sotto i piedi e non sapere che fare, dove andare? Ritrovarsi a pregare
che vada tutto bene e che non tocchi a te la sorte degli altri?”
Durante il racconto che è stato più lungo e corposo di ciò che per adesso sono riuscito a ricordare e trascrivere, io non sapevo che fare, se guardarlo, chinare la testa sul foglietto o cercare di rincuorarlo.
Durante una sua pausa, in cui s’è sicuramente perso fra i ricordi di quei tempi, sono solo riuscito a chiedergli: “E poi?”
M’ha nuovamente guardato. Non aveva più gli occhi strabuzzati di prima ed ha parlato con voce più bassa:
– “Poi è giunto il mio turno. Quel mattino mi chiamarono subito dopo il mio ingresso. M’hanno consegnato la solita busta chiusa senza dirmi nulla, come facevano sempre. Quando ho acceso il computer ed ho visto che non mi funzionava più la posta elettronica ho capito che era giunto il mio momento. Ho aperto la busta ed ho trovato le mie carte da portare
all’ufficio del lavoro per licenziarmi. Ho pianto in silenzio, poi sono uscito senza salutare nessuno e non sono più rientrato.”
È trascorsa un’altra lunga pausa di silenzio durante la quale non ho saputo cosa dire fin quando lui stesso ha ripreso a parlare:
– “Ho provato a lavorare in altre aziende, qualcuna m’ha tenuto a nero per qualche mese per fare un piacere ad un amico di mio padre. Ho messo i volantini pubblicitari sulle auto e nelle cassette della posta per conto di una tipografia e da qualche anno lavoro qui come garzone. Porto le ordinazioni nei negozi e negli uffici. Il titolare mi dà qualcosa a settimana che mi basta solo per la spesa, il resto lo racimolo facendo il cameriere in qualche pizzeria per sostituire qualcuno o il fine settimana del periodo estivo. Altri pochi spiccioli li recupero dalle mance, ma stanno per finire anche quelle.”
S’è seduto sul gradino di un portone ed ha abbracciato le gambe portate al corpo. Mi sono seduto accanto a lui senza parlare perché non sapevo cosa dire ed anche adesso penso di aver fatto la cosa migliore. Anche se non ho famiglia e vivo ancora con i miei, il pensiero che un giorno non potrei garantire a mio figlio la possibilità di mangiare o dormire in
una casa, m’ha provocato un vuoto allo stomaco ed un forte senso di nausea.
– “Devi scriverle queste cose e devi dire che di aziende come quella dove ho lavorato io ce ne sono state tante e sono rimaste tutte impunite.” Sono le ultime cose che ha detto prima di piombare in un lungo mutismo.
Nel buio che oramai avvolgeva il cortile, silenzio è stato interrotto dall’avanzare d’una sagoma di signora con la busta della spesa. Senza parlare ci siamo alzati ed avviati all’ingresso del cortile. Passando sotto le finestre delle cucine ho sentito i profumi delle cene in preparazione e le voci dei cartoni animati con cui oramai si intrattengono i bambini. Ho pensato a quanti genitori vivono oggi lo stesso dramma della persona con cui ho parlato ed usano la consuetudine dei gesti ed la metodicità di eventi quotidiani per mostrare una
tranquillità sempre più difficile da ottenere.
Subito dopo la sbarra s’è fermato per dirmi che andava a lavorare. Guardando per terra, non ha allungato la mano in segno si commiato e non ha fatto alcun cenno di saluto, ha semplicemente voltato le spalle e s’è allontanato verso il bar. Non l’ho seguito perché m’è sembrato chiaro che volesse interrompere lì il contatto con me.
Non sapendo cosa fare, mi sono spostato lungo la linea di confine fra il marciapiede e la strada. Per non far sbiadire l’emozione vissuta, sotto un lampione ho riletto le parole scritte sullo scontrino nel tentativo di cogliere il filo logico del suo discorso e poterlo riscrivere
correttamente e di lì a poco è arrivata Maria.
Non ha fatto alcuna domanda su ciò che mi son detto con l’amico. S’è fermata accanto e m’ha chiesto se fossi stanco o avessi voglia di continuare. Io ho voluto proseguire e nel rispondere, questa volta, non ho avuto bisogno d’ascoltare il mio demone interiore.
Strada facendo sono entrato in un negozio per comprare un quadernone ed una penna ad inchiostro liquido, quando sono uscito Maria m’ha preso in giro per il pantalone bagnato sul sedere, ho ripensato al gradino del portone su cui mi sono seduto:
– “Spero che non sia pipì di cane!” le ho detto scherzando ed abbiamo ripreso a camminare.

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