Nicola Sguera vince il concorso letterario “Note in Bottega” promosso dalla CLAAI con la SIAE
Nicola Sguera, autore del racconto “Liuteria in Re Maggiore”, è il
vincitore del concorso letterario “Note in Bottega” promosso da CLAAI, la Confederazione delle Libere Associazioni Artigiane Italiane (CLAAI) nell’ambito delle iniziative in collaborazione con SIAE sulla tutela del diritto d’autore e la promozione dell’industria creativa.
Al vincitore va un premio di 1000 €.
Il concorso aveva come obiettivo valorizzare e raccontare il legame tra l’artigianato e la musica, elemento spesso presente nei laboratori come fonte di ispirazione, compagnia e ritmo per il lavoro quotidiano. Il concorso ha voluto raccogliere testimonianze e racconti che mettessero in luce come la musica influenzi l’arte e la manualità degli artigiani, contribuendo a creare un’atmosfera unica nei luoghi di produzione. Tutti i racconti, negli stili più diversi, hanno colto l’obiettivo e per questa ragione ringraziamo ogni singolo partecipante.
“Liuteria in Re Maggiore” è la storia di un’antica liuteria di Cremona
guidata da un Maestro che accoglie un apprendista, un ragazzo dimostra uno straordinario amore e passione per la lavorazione del legno e per la musica classica. Una vicenda che poi sfocia in una storia d’amore con la figlia del Maestro e si trasforma anche in un inatteso passaggio generazionale della liuteria, il tutto magistralmente raccontato da Sguera.
Nei prossimi giorni l’intera raccolta diventerà un libro digitale che
sarà poi distribuito gratuitamente alle sedi CLAAI di tutta Italia e a
tutti i nostri associati, con un invito alla lettura e alla diffusione.
La scorsa settimana Sguera è stato premiato a Pomezia per una raccolta nedita di poesie.
Da poche settimane è in libreria il suo primo romanzo, “Euthymios”
(Bolis editore).
La Confederazione delle Libere Associazioni Artigiane Italiane (CLAAI) nell’ambito delle iniziative in collaborazione con SIAE sulla tutela del diritto d’autore e la promozione dell’industria creativa, promuove il concorso letterario “Note di Bottega: Racconti di Artigiani e Musica”. L’obiettivo è valorizzare e raccontare il legame tra l’artigianato e la musica, elemento spesso presente nei laboratori come fonte di ispirazione, compagnia e ritmo per il lavoro quotidiano. Il concorso intende raccogliere testimonianze e racconti che mettano in luce come la musica influenzi l’arte e la manualità degli artigiani, contribuendo a creare un’atmosfera unica nei luoghi di produzione.
Questo il racconto vincitore del concorso .
“Il maestro Gualtiero aveva mani nodose e polsi forti, segnati da vene bluastre e piccoli tagli rimarginati, i segni di gloriose battaglie vinte col legno. Nella sua bottega, incastonata nel cuore di Cremona, la luce del mattino si fermava sulle lime, sulle pialle, sugli scalpelli come a riverirli. Ogni strumento aveva il suo posto. La segatura raccontava storie. All’ingresso, una targa in ferro battuto con inciso: “Sine musica nulla vita”. Lo diceva spesso ai clienti e agli allievi, ma soprattutto a se stesso. E a chi non conosceva il latino la traduceva liberamente: «Il mondo senza la musica sarebbe un errore». Cremona respirava ancora il tempo di Stradivari. Non era solo nei musei o nelle botteghe dei liutai più noti: era nell’aria umida che odorava di legno stagionato, nel silenzio rispettoso con cui si entrava nei laboratori, nelle dita callose degli artigiani che sfioravano le superfici come si accarezza una reliquia. E anche se Gualtiero costruiva strumenti meno celebrati dei violini — liuti, tiorbe, chitarre barocche — si sentiva parte di quella stessa scuola: una fratellanza silenziosa che univa precisione e anima, misura e spirito. Era convinto che la tecnica da sola non bastasse. «L’arte vera comincia dove finisce la mano e inizia il cuore», diceva spesso. A parità di perizia artigiana, ciò che distingue uno strumento vivo da uno solo ben fatto è quella corrente misteriosa, quasi alchemica, che dal cuore passa alle mani e dalle mani si trasmette alla materia. Credeva che ogni oggetto nato nel suo laboratorio dovesse portare dentro di sé un battito, un respiro segreto. Come un frammento dell’anima di chi lo aveva creato. E se non c’era amore — quell’attenzione piena, quella devozione minuta — allora il legno rimaneva legno, e non diventava voce. Quando Elia arrivò, una mattina nebbiosa di novembre, sembrava un’ombra. Portava un fagotto legato con uno spago e un piccolo liuto in una custodia di tela cerata. Non disse molto. Solo che cercava un maestro. Gualtiero gli fece provare a piallare una tavola di acero. Il ragazzo si tolse il giaccone, tirò su le maniche e cominciò. La truciolatura era uniforme, il gesto composto. Il vecchio lo guardò e annuì. «Iniziamo oggi.» Elia non faceva domande. Lavorava e imparava. Aveva una presenza silenziosa, quasi animale, come se assorbisse ogni gesto, ogni suono, ogni odore. Riconosceva i legni al tatto, come un cieco legge il braille: sfiorava le venature dell’acero, tastava la porosità del cedro, annusava l’aroma affumicato dell’ebano. Non aveva alle spalle scuole né diplomi, ma pareva avere dentro di sé un sapere antico, sedimentato non si sa come, forse nato da notti passate a osservare, o da ore solitarie passate a tentare e fallire. La sua era una conoscenza intuitiva, istintiva, che non si poteva insegnare, solo riconoscere. Gualtiero, che aveva avuto tanti apprendisti nella sua vita, lo capì subito: non servivano molte parole. Si limitava a correggerlo con lo sguardo, o con un breve cenno del capo. A volte bastava un gesto del sopracciglio o un colpo di tosse per indicare un errore nell’incastro, una sbavatura nella piega di una fascia. Col passare dei giorni, il maestro osservava con crescente stupore la naturalezza con cui il ragazzo si muoveva nel laboratorio. Elia aveva un modo tutto suo di afferrare gli strumenti, come se dialogasse con loro, come se ogni lima, ogni scalpello fosse un’estensione delle sue dita. Le mani, lunghe e affusolate, si posavano sul legno con dolcezza, ma senza esitazione. Quando tracciava curve sulla tavola armonica, sembrava disegnare una melodia; quando incollava le fasce, dosava la pressione come se stesse accordando un’aria fragile. Un giorno, mentre lavoravano fianco a fianco, Gualtiero lo osservò con attenzione. Il ragazzo stava piegando una fascia di palissandro al calore del ferro. Lo faceva con pazienza, seguendo la forma dello stampo, come se stesse accarezzando una creatura viva. «Non hai fretta», mormorò il vecchio, più tra sé che per farsi sentire. Ma Elia, che aveva orecchio fino, rispose: «Il legno lo sente, quando hai fretta. E si vendica.» In quel momento, Gualtiero capì che il ragazzo non era solo un allievo talentuoso. Era uno che parlava la stessa lingua degli strumenti che costruivano. Una lingua fatta di silenzi, attriti, risonanze. Una lingua che non si insegna. Si eredita. O si riceve in dono, come una vocazione. Ma Anita, la figlia, notava altro. Notava la lentezza con cui Elia si muoveva la sera, quando gli altri rumori cessavano. Notava che ogni tanto si sedeva in cortile a guardare il buio. Una notte, salendo in soffitta per prendere delle candele, Anita lo sentì suonare. Stava eseguendo una Ciaccona in Re minore per liuto con una grazia quasi ascetica. La musica saliva dai gradini come incenso. Fu quella notte che capì: la musica era il rifugio di Elia, la sua lingua madre. Nei giorni seguenti, Anita cominciò a lasciargli dei messaggi. Appunti su stili antichi, versi di poeti che parlavano di corde e armonie. Elia, inizialmente stupito, rispondeva con minime incisioni: arabeschi disegnati con la lama sottile su scarti di legno. Uno di quei disegni era una fenice con un liuto al posto del cuore. Un sabato, Gualtiero gli affidò il compito di intagliare una rosetta per un liuto veneziano. Era un lavoro minuzioso, da completare sotto la lente. Elia chiese il permesso di lavorare anche la domenica. «Se vuoi farlo bene, fallo con tempo», disse il maestro. La sera stessa, Anita entrò in laboratorio con un pacchetto: un piccolo diffusore e un vecchio lettore. «Papà mi ha dato il permesso. Ho preparato qualche disco di musica barocca: Kapsberger, Visée, Bach, Weiss. Ti va?» Elia sorrise per la prima volta. Lunedì, la bottega sembrava trasformata. Le suite francesi si mischiavano al suono dei ferri. L’archetto, posato sulla corda in prova, sembrava dialogare con la melodia di fondo. Gualtiero osservava, fingendo indifferenza, ma notava ogni dettaglio. La rosetta era venuta perfetta, e il ragazzo sembrava finalmente respirare. In poche settimane, il laboratorio era diventato un organismo vivente: non più un luogo soltanto, ma una creatura fatta di suoni, gesti, odori e luci. Le lime si muovevano al ritmo delle sarabande, come se obbedissero a un metronomo invisibile. Gli incastri sembravano più fluidi, i legni più docili, quasi partecipi. Anche il silenzio tra un brano e l’altro aveva un suo timbro, un’eco di sacralità. Le mani di Elia, che già sapevano, ora parevano sentire. Si muovevano con una grazia nuova, più sicura e insieme più leggera. Ogni colpo di scalpello era un battito misurato, ogni tracciatura un frammento di partitura. Non c’era più differenza, ormai, tra il costruire uno strumento e suonarlo: entrambe le azioni rispondevano alla stessa logica, alla stessa necessità. Gualtiero, che osservava tutto con l’occhio esperto di chi ha visto passare intere generazioni, si scopriva ogni giorno più stupito. Non diceva molto, ma aveva smesso di intervenire. Entrava in bottega al mattino, si fermava sulla soglia qualche secondo ad ascoltare, poi annuiva in silenzio e si metteva al lavoro. Era come se riconoscesse, nel nuovo respiro del laboratorio, qualcosa che aveva sempre sognato ma non osato immaginare. Un giorno, mentre Elia rifiniva la voluta di una tiorba destinata a un ensemble tedesco, Anita gli portò una tazza di tè caldo. Lui staccò per un attimo le mani dal banco, si asciugò la fronte e guardò la finestra, da cui entrava un raggio di sole invernale. «È la musica,» disse, quasi tra sé. «Le dà un’anima. E allora anche le mani trovano il senso.» Anita non rispose, ma lo guardò a lungo. In quello sguardo c’era la conferma di ciò che aveva intuito fin dall’inizio: che Elia, per trovare la sua voce, aveva bisogno di un ambiente che respirasse con lui. Che senza musica, le sue mani erano orfane. E che il laboratorio, con le sue assi di legno antico, gli arnesi sospesi e i trucioli dorati, era diventato, grazie a quelle note, una culla e non più un rifugio. Intanto, tra Anita ed Elia il silenzio si era fatto complice. Un giorno, lei si sedette accanto a lui mentre rifiniva una voluta. Gli porse un foglio: era lo spartito di una pavana in Re maggiore, annotata a mano. «L’ho immaginata per te», disse lui. Poi gliela suonò. Il legno del liuto tremava, ma la melodia era limpida. Gualtiero, che aveva visto molte stagioni passare, capì che quel ragazzo portava con sé qualcosa di più di una tecnica rara. Portava una vita che, lentamente, stava rifiorendo. E forse, quella musica silenziosa che ora riempiva la bottega era il modo più giusto per dire grazie. Un pomeriggio di maggio, quando l’aria di Cremona sa già d’estate ma conserva ancora un velo di freschezza, Anita trovò sulla sua sedia un piccolo quaderno rilegato in pelle. Nessuna firma, solo un titolo, vergato con calligrafia pulita: Pavana per una finestra socchiusa. Aprì le prime pagine e vi trovò uno spartito. Era un pezzo per liuto, in Re maggiore, scritto con cura meticolosa, con passaggi dolci e una struttura antica. Lo portò con sé al piano di sopra, dove Elia stava sistemando le corde di un nuovo strumento. «È tuo, vero?» chiese, mostrandoglielo. Elia non rispose subito. Posò il liuto, le si avvicinò e disse, quasi in un soffio: «L’ho scritto pensando a te. Ai tuoi passi sulle scale. Alla luce che entra dai vetri quando arrivi. Al modo in cui mi hai ascoltato senza parole.» Anita, con un sorriso appena accennato, aprì il quaderno e cominciò a suonare. Le note riempirono la stanza con una tenerezza che non chiedeva conferme. Era una dichiarazione, ma senza voce. Gualtiero ascoltava da sotto. Non li aveva visti, ma le note gli bastavano. Poi tornò al banco da lavoro, prese un foglio di carta intestata e scrisse poche righe. Lo piegò, lo mise in una busta, e sopra vi scrisse: “Per quando sarà il momento”. Quella sera, dopo aver spento le luci della bottega, Gualtiero rimase qualche istante a osservare gli strumenti appesi, i piani di lavoro, i trucioli ancora caldi. Ogni cosa era al suo posto. Ma non era questo a rassicurarlo. Ciò che lo rassicurava era la musica che saliva dal piano di sopra, le voci lievi che si sovrapponevano, la sensazione che il fuoco acceso tanti anni prima potesse continuare a bruciare in altre mani, in altri cuori. Aveva trovato, senza cercarla, la sua eredità.”
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