Appello conferenza dei garanti dei diritti dei detenuti della Provincia

A causa di uno stato febbrile, la Garante delle persone private della libertà personale della Provincia di Benevento, Patrizia Sannino, non ha potuto prendere parte alla manifestazione indetta presso il Centro “La Pace” del capoluogo sannita sulla condizione di vita nelle carceri e per il risanamento del sistema carcerario. I Rappresentanti dell’Associazione “La Rete sociale”, che unitamente a numerose altre avevano indetto e cooperato all’iniziativa, hanno letto il Testo di un documento redatto dalla Conferenza dei Garanti dei diritti dei detenuti per sensibilizzare la pubblica opinione e la politica sulla tragica sequela dei suicidi all’interno delle mura dei penitenziari. Questo il Testo: «Sono passati ormai tre mesi dall’appello “Servono interventi urgenti per il sovraffollamento e i suicidi nelle carceri”, in cui il Presidente della Repubblica invitava la classe politica del nostro Paese ad adottare con urgenza misure immediate per allentare il clima di tensione che si respira nelle carceri italiane, causato principalmente dal sovraffollamento, dalla carenza del personale e dall’inefficienza dell’assistenza sanitaria intramuraria. Con grande preoccupazione, constatiamo, ancora una volta, la sostanziale indifferenza della politica rispetto all’acuirsi dello stato di sofferenza dei detenuti, rispetto al peggioramento delle condizioni di vivibilità delle nostre carceri che, lungi dal consentire quell’”inveramento del volto costituzionale della pena”, continuano a tradire i basilari principi costituzionali, europei ed internazionali, su cui regge lo stato di diritto e a umiliare continuamente la dignità umana delle persone ristrette. Per la Conferenza nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà è indispensabile che il legislatore individui, immediatamente misure, anche temporanee, volte ad alleggerire la tensione sulla popolazione carceraria. È urgente innanzitutto partire dalla discussione e dall’approvazione di misure deflattive del sovraffollamento, facilmente applicabili, come quella contenuta nella proposta dell’on. Giacchetti, quale primo firmatario, volta a modificare l’istituto della liberazione anticipata e a prevedere uno sconto di ulteriori trenta giorni a semestre per i prossimi due anni, rispetto a riduzioni già concesse dal 2016 ad oggi (30+45). È necessario poi incominciare ad attuare un modello di esecuzione penale che si allontani il più possibile dalla visione carcerocentrica del sistema punitivo. Cosa che sarebbe già possibile, a legislazione vigente, tramite una maggiore fruibilità da parte delle persone ristrette di misure alternative alla detenzione: al 10 giugno 2024 sono 23.443 le persone con un residuo pena al di sotto dei tre anni, di cui 7.954 con un residuo pena al di sotto di un anno; sono 1.529 i detenuti che hanno una pena inflitta da 1 mese a 1 anno. È fondamentale, poi, far sì che il carcere cessi di essere quel luogo di “desertificazione affettiva”, dando immediatamente seguito alla decisione della Corte costituzionale con cui è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale della norma dell’ordinamento penitenziario che vieta in carcere lo svolgimento di incontri affettivi intimi e riservati. La decisone n. 10 del 2024, infatti, dimostra come la tutela del diritto inviolabile a coltivare i propri affetti non può arrestarsi innanzi ad un ‘blindo’ di una cella, che non è (né può diventare) un confine, a suo modo, per la legalità costituzionale o un confino per la dignità umana delle persone. Siamo convinti che gli Istituti penitenziari comprenderanno il valore di questa novità, per il lavoro che fanno quotidianamente nel costruire percorsi risocializzanti. Così come siamo altrettanto convinti che la Magistratura di sorveglianza non attenderà che qualcun altro risolva il problema, perché la Corte costituzionale ha delegato anche loro nella risoluzione di questa problematica. È essenziale, inoltre, aumentare le telefonate, perché questo rappresenta un ulteriore modo per tutelare l’intimità degli affetti dei detenuti e allentare il clima di tensione che si respira nelle diverse sezioni degli Istituti italiani. Occorre, infine, che la Magistratura di sorveglianza aumenti i giorni di permesso premio per i ristretti e si trovi il modo di rendere più efficiente e tempestivo il procedimento di concessione di tali permessi, specie per quelli di stretta necessità. La politica poi deve farsi carico in modo più mirato dei problemi legati al crescente disagio psichico negli Istituti penitenziari, tema che deve essere affrontato subito e che si è colpevolemente voluto tralasciare. Particolare attenzione, infatti, deve essere riservata alle persone con dipendenze, che al 10 giugno 2024 risultano essere 17.405 nelle carceri italiane, e per i quali le esigenze riabilitative non prevalgono quasi mai sulle ragioni securitarie. Risulta necessario incrementare per loro le misure alternative in comunità terapeutiche, ma anche ai detenuti stranieri, presenti in 19.304 al 10 giugno, che faticano più degli altri a vedersi tutelati i propri diritti fondamentali all’interno del carcere, ad avere accesso a prestazioni socio-assistenziali e che, per lo più, versano in condizioni di povertà sociale assoluta. Così come attenzione specifica deve essere rivolta alla condizione alle persone affette da disagi psichici gravi che, pur avendo diritto ad accedere in una REMS – diritto, spesso accertato della magistratura di sorveglianza – si trovano a scontare la pena in carcere, per via delle ancora troppo lunghe liste di attese per tali strutture riabilitative. Sono 38, al 10 giugno, le persone in lista d’attesa per una REMS. Tale drammatica condizione, tra l’altro, sta esponendo il nostro Paese a diverse condanne della CEDU dal 2022 ad oggi (si vedano: CEDU Sy c. Italia, divenuta definitiva nell’aprile 2024; la decisione del 20 marzo 2024, con cui la CEDU ha emesso un provvedimento cautelare in favore di una paziente psichiatrica attualmente detenuta nel carcere di Rebibbia Femminile, ordinando al Governo italiano di “trasferire la ricorrente senza alcun ulteriore ritardo in una REMS o in altra struttura dove possa esserle somministrato un trattamento terapeutico adeguato alla sua condizione psicopatologica”; si veda altresì il caso Ciotta c. Italia ad oggi ancora pendente). Altrettanta attenzione, infine, va riservata ai tanti detenuti, affetti da grave disagio psichico e/o anche da infermità psichica sopravvenuta, si trovano a scontare la pena in sezioni comuni e non in Articolazioni psichiatriche o in misura di detenzione domiciliare cd. in deroga. E poi il capitolo drammatico dei suicidi in carcere. Un suicidio ogni tre giorni! I suicidi sono sia il prodotto della lontananza della politica e della società civile dal carcere sia della mancanza di figure sociosanitarie e di ascolto negli Istituti, considerando che chi si suicida o tenta il suicidio, nella maggior parte dei casi sono coloro entrati da poco tempo in carcere o che dovrebbero uscire, ma non vengono accompagnati in questa fase. Oltre a ciò, c’è un ultimo aspetto che preoccupa la comunità dei Garanti territoriali: il lento scivolamento della politica penitenziaria da politica sociale a politica prettamente securitaria. Se già a legislazione vigente i detenuti, “gli ultimi degli ultimi” della nostra società, non sono ascoltati, cosa succederà in caso di approvazione del Disegno di legge, ora in Commissione giustizia, in tema di “Sicurezza pubblica, tutela del personale in servizio nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario” che prevede l’introduzione di una fattispecie di reato ad hoc, volta a sanzionare le rivolte dei detenuti, anche quelle messe in atto in forme passiva? Criminalizzare forme di resistenza dei detenuti (anche solo tre di loro), come il rifiuto del cibo o il mancato rientro dall’ora d’aria, è per certi versi paradossale, sinonimo di una visione “sorvegliare e punire” e fortemente contrastante con i principi costituzionali europei e internazionali in tema di ordinamento penitenziario. Così come ci auguriamo che il decreto che ha già (!) istituito il Gruppo di intervento operativo (G.I.O.) per sedare tali rivolte nelle carceri, possa essere presto modificato. Crediamo convintamente che uno Stato che ricorre con troppa disinvoltura alla sanzione penale e alla repressione, non sia uno Stato forte ma uno Stato debole. Forte è lo Stato capace di intercettare il disagio sociale, e adottare le misure sociali più opportune a tutela della dignità di tutte le persone, anche e soprattutto in carcere. E per fare ciò, non abbiamo bisogno di nuovi istituti penitenziari, di ulteriori sanzioni penali, di uno Stato securitario, ma di uno Stato sociale che sia sempre presente in carcere e che, attraverso investimenti mirati nelle attività trattamentali (attività culturali, sportive, ricreative, scolastiche, lavorative), sappia far sì che il tempo della detenzione abbia senso e sia funzionale al reinserimento sociale delle persone, come vuole la nostra Carta costituzionale. A tutela, sempre, della dignità umana.