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Calata Olivella è una discarica a cielo aperto

22/10/2012
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Ce ne parla così Alfredo Martinelli in un racconto ai suoi figli

 Alfredo Martinelli, ci ha inviato un’altra interessante nota :
“La storia di oggi è forse la più triste perché porta alla luce piaghe della città che non si vuol vedere, vivendo nell’illusione che non esistano.
E’ domenica, il sole rende la giornata serena e ne approfitto per fare due passi con i miei figli.
Poiché non sopporto il classico “struscio” sulle strade principali, decido di mostrare loro le radici della nostra cittadina avviandomi verso lo storico quartiere Triggio.
Per rendere la passeggiata interessante gli racconto che ci inoltreremo nel luogo in cui un tempo hanno abitato i nostri avi e lo faremo passando attraverso una delle vie più vecchie della città.
Allegri e pimpanti scendiamo lungo Calata Olivella (è alle spalle del Palazzo Arcivescovile ndr) come un piccola e giocosa squadra di ricercatori, ma devo subito smorzare il loro giovane entusiasmo.
Il luogo è una vera e propria discarica a cielo aperto, ma ciò che la rende realmente pericolosa sono le numerose piccole siringhe sparse lungo il cammino. Ve ne sono decine con l’ago non protetto.
Intimo con decisione ai ragazzi di fermarsi per tornare indietro.
Loro, che sono ancora piccoli, non capiscono e quindi gli spiego la mia preoccupazione mostrandogli ciò che l’uomo può diventare quando perde ogni punto di riferimento positivo.
Penso che abbiano capito solo parte di ciò che ho detto, ma essendo bambini fanno domande a raffica e fra queste mi chiedono perché se le siringhe sono così pericolose nessuno le butta nella spazzatura insieme a tutta l’altra sporcizia.
Hanno perfettamente ragione, ma non so cosa rispondere così mi prendo tempo continuando la passeggiata.
Voglio educarli in modo che non abbiamo paura del prossimo, ma al tempo stesso, da genitore, ho paura per il loro futuro.
Nel frattempo siamo giunti in una piazzetta con dei murali, qualche albero sparso e lungo il perimetro una specie di pulisci tacco, di quelli che si usavano un tempo per rimuovere la terra da sotto le scarpe prima di entrare in casa. Questi però sono più alti, forse hanno la funzione di seggiole o forse servono a non far passare le auto nella piazza.
Ci sediamo su una panchina e la desolazione del posto mi ispira ciò che di lì a breve dirò ai ragazzi.
Così li invito ad osservare intorno a sé e dirmi quale sensazione provino. “E’ tutto sporco!”, mi dice uno, “Sembra triste!” mi dice l’altro.
“Bravi figlioli miei, avete entrambi ragione e se ci pensate bene sono l’uno la causa dell’altro”.
L’argomento è complesso così cerco di spiegarglielo con parole semplici.
Per farlo preferisco riassumere quanto fino a quel momento ci è accaduto e ricordo loro la spazzatura lasciata in giro, le siringhe trovate per terra, le scritte sui muri e quella piazza abbandonata a se stessa.
Sembra che fino a quel punto mi abbiano seguito così provo a inviare loro un messaggio per me importante: “E’ dall’incuria delle piccole cose che comincia il lento declino che porta al disfacimento ed alla morte morale e civile prima delle persone e poi dei luoghi dove essi abitano”.
A quel punto li vedo un po’ confusi così cerco di essere più semplice: “Quando nella vita non si hanno interessi, non ci si impegna in nulla, ma si trascorre la giornata a ciondolare o a lamentarsi senza affrontare gli impegni, un poco alla volta quel che ci circonda diventa come noi: un luogo brutto che non piace a nessuno”.
Quando parlo annuiscono, non so se hanno realmente capito o lo fanno perché si sono annoiati e vogliono che io smetta, ma prima di riprendere il cammino uno dei due mi chiede se possiamo fare qualcosa per far togliere quella sporcizia.
Gli rispondo che solo noi tre siamo in pochi, ma se raccontiamo questa nostra piccola storia forse qualcuno potrà ascoltarla e diffonderla.
Ce ne torniamo a casa mano nella mano, loro sembrano soddisfatti come chi ha fatto una buona azione, io cerco
di illudermi che abbiano ragione”.

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