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3° Congresso CST UIL AV/BN: intervento del Segretario Gigi Simeone

25/05/2022
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I temi, gli argomenti e le riflessioni oggetto delle discussioni congressuali delle categorie, nella fase di svolgimento del III° Congresso della UIL Avellino Benevento, sono state – come era logico che fosse – fortemente condizionate da eventi che in questi quattro anni hanno stravolto ogni considerazione ed approccio allo svolgersi della nostra quotidianità.

Celebriamo il nostro Congresso in costanza di una Guerra scoppiata nel cuore dell’Europa che sta ulteriormente minando la possibilità di ripresa dopo la crisi pandemica che ancora non ci ha lasciati, e proprio quando ci stavamo avviando a una possibile normalità ci ritroviamo a dover affrontare crisi di approvvigionamento e un aumento sconsiderato dei prezzi, che aggravano ulteriormente il valore dei salari e delle pensioni.

Una guerra che nessuno avrebbe mai immaginato potesse esplodere in tutta la sua drammaticità alle porte del nostro Paese, una guerra come non l’avevamo mai vissuta, non perché le 59 in giro per il mondo non abbiano pari dignità, ma forse perché questa ci tocca da vicino sia geograficamente che culturalmente, forse perché i visi e i luoghi potrebbero tranquillamente essere i nostri o forse solo perché ci tocca economicamente e ciò sarebbe veramente grave e inaccettabile, almeno come l’invasione da parte della Russia. Abbiamo fin da subito sostenuto e conseguenzialmente operato per sostenere il popolo Ucraino attraverso la nostra ONG “Progetto Sud” e non condividiamo le dissertazioni semantiche sulle questioni geopolitiche ante invasione, ma proprio perché appare evidente che c’è un invasore ed un occupato, la determinazione di un immediato stop alle armi ci sembra l’unico obbiettivo da perseguire per ristabilire la pace, poi si recupereranno le ragioni ma solo dopo aver restituito libertà e dignità ad un intero popolo e per esso sicurezza all’intero continente europeo.  

In queste circostanze appare drammaticamente effimera ognuna delle valutazioni ex ante che pure hanno segnato le considerazioni sulle questioni economiche e politiche dell’ultimo decennio. Di fronte ad un nemico visibile o invisibile che sia stato, ci siamo scoperti tutti più deboli e soli, e fatecelo dire, tutti gli allarmi, le denunce, le posizioni che come parti sociali abbiamo espresso e per tempo poste all’attenzione generale della discussione politica,  si sono drammaticamente sostanziate, confermando le nostre avversioni e le nostre denunce circa l’arretramento della qualità e della quantità dei servizi sul territorio, fino al punto in cui  diritti costituzionalmente garantiti non trovano compiutezza, né esigibilità in condizioni normalità, figurarsi in presenza di fenomeni eccezionali quali la pandemia e la guerra proprio qui nel vecchio continente.  

Nel 2018 in occasione del II° Congresso della UIL Avellino Benevento ponemmo all’attenzione della discussione congressuale la questione delle Aree Interne, presente al tempo nel Paese ma drammaticamente elusa nel contesto della nostra regione e più in generale nel sud del Paese. In questi anni abbiamo provato ad alimentare la riflessione e a porre anche strategie con i diversi livelli Istituzionali, condividendo nell’ottobre 2018 con l’allora Presidente del Consiglio la necessità di un “Contratto di Sviluppo Territoriale” capace di affrontare in modo sistemico e partecipato la drammatica desertificazione demografica, attraverso misure di intervento, finalizzate ad interventi strutturali su servizi e sviluppo industriale, capaci di attrarre investimenti finalizzati ad aumentare l’occupazione e ad innalzare la qualità della vita, tale da consentire la nascita di nuovi nuclei familiari, provando ad arrestare l’emigrazione dei nostri giovani, fino ad un auspicabile ripopolamento dei nostri 196 comuni  (118 + 78) che nel corso dell’ultimo decennio hanno perso circa 50.000 residenti.

Dobbiamo dire che a partire anche dalla nostra riflessione e forse dalla discussione generata, si è maggiormente diffusa la consapevolezza del problema, è stata costituita una commissione regionale per le Aree Interne (anche se a presiederla c’è un Consigliere Regionale Salernitano) ed anche i Vescovi hanno sollevato il problema e la riflessione, cosicché all’indomani di un incontro a Benevento con le OO.SS. in cui fu posta la questione come elemento dirimente per il futuro delle nostre comunità, avviando una serie di iniziative partite con Lettera agli Amministratori su “La Mezzanotte del Mezzogiorno » con cui si è inteso scuotere gli amministratori locali e la politica ad ogni livello.

Appare evidente che a distanza di quattro anni possiamo dire, senza timore di smentita che le condizioni delle Aree Interne ed in particolare quelle della Campania non registrano indicatori diversi, se non più allarmanti di quello del decennio scorso, e nonostante la dialettica consumatasi intorno al problema, pochi sono stati i protagonismi ed effimere le discussioni, fino a registrare una fase di ulteriore arretramento, questa volta aggravata da altre opportunità perse e vanificate che avrebbero potuto segnare una reazione da e per i nostri territori.

Oggi in questa nostra assise congressuale vogliamo provare a produrre una ulteriore riflessione, che ponga il tema dell’abbandono delle aree interne in un contesto che per quanto immutato, potrebbe addirittura aggravarsi definitivamente, se anche nella situazione che stiamo vivendo, non si dovessero cogliere le opportunità derivanti dal PNRR e dai Fondi strutturali disponibili e previsti dal Next Generation EU.

In questo contesto si può rilevare abbastanza fedelmente come non ci sia stato, e come non vi è, alcun significativo impulso esterno al territorio, frutto di una considerazione precipua capace di sostenere e accompagnare iniziative di investimento e sostegno per le comunità interessate, come d’altra parte vi è da dire che le stesse poco hanno fatto e potuto fare per provare ad uscire dall’isolamento  anche per il limite oggettivo della loro azione amministrativa, fortemente limitata da organici inadeguati e sostegni tecnici/operativi inesistenti.

Pertanto nell’intento di provare a cogliere le occasioni che il PNRR pone, occorre ripensare al Protagonismo del Territorio non come lo si è inteso, ma per come è chiamato ad essere anche in considerazione della funzione che la strategia delle 6 missioni del piano di ripresa e resilienza descrive e prescrive.

Il valore del Territorio anzitutto nella fase pandemica, ha richiesto quasi naturalmente, un’accezione culturale e sociale in grado di superare ogni considerazione meramente localistica e geografica, per provare ad assurgere ad una dimensione che consentisse di rappresentare gl’insiemi dei rapporti, che legano i cittadini e la loro collettività, alle condizioni dei loro ambienti di vita e di relazione.

Una DIMENSIONE TERRITORIALE di rinnovata interpretazione dove il Territorio evolve a principio aggregante, il cui valore supera la dimensione geografica, progredendo ad elemento culturale e sociale in grado di unire e porre in relazione i cittadini e la loro comunità, di fronte alle emergenze che li coinvolgono o alle opportunità che si vogliono cogliere.

Emergenze che sono esplose con la pandemia, ma che erano già vivamente presenti – quanto inevase –  nel nostro vissuto, se riferite alle sfide dello sviluppo sostenibile, all’inclusione sociale, all’occupazione giovanile e femminile, alla quantità e alla qualità dell’offerta dei servizi, che segnano negativamente la possibilità di vivere e di nascere su territori sempre più lontani dalle strategie di sviluppo nel Paese.

Negli anni abbiamo fortemente posto il dilemma di una UE che guardasse alla unità dei diritti e non solo a quella economica e monetaria, abbiamo sostenuto che le politiche di bilancio regolate del patto di stabilità avrebbero finito per strozzare le economie di molti a favore di pochi, anche per il fatto di avere una moneta unica che non emetteva titoli di debito e che avrebbe finito per indebolire l’intera comunità Europea. Nel corso degli ultimi anni è apparsa chiara la fondatezza delle nostre convinzioni circa l’esigenza di avere più Europa, di una UE che allargasse il campo dei diritti, che puntasse ad una maggiore inclusione sociale, che fosse più solidale nell’interesse di tutti gli Stati e meno divisiva per gli interessi dei singoli governi, ed è incredibile che per arrivare anche all’emissione di titoli di debito europei ci si è dovuti trovare di fronte ad un evento pandemico che non ha risparmiato nessuno degli stati, non avendo la pandemia fatta differenza tra paesi più o meno intransigenti.

È da sottolineare come anche durante i periodi più bui e tragici del lockdown mentre tutti gli uffici e presidi della PA sono restati chiusi e per molti aspetti indisponibili anche perché impreparati ad un nuovo modo di servire i cittadini a distanza, i nostri operatori dei servizi sono stati disponibili e aperti per un’utenza che si rivolgeva quotidianamente a noi anche solo per un conforto o una domanda che in nessun altro luogo poteva porre e richiedere. File interminabili con piazzali trasformati in luoghi di attesa solo per non far mancare la vicinanza dei nostri servizi ai cittadini, anche a rischio della propria incolumità avendo parte di noi contratto il virus ed in un caso anche drammaticamente con la perdita di un compagno Gerardo Petracca.

La debolezza dei sistemi nazionali ha drammaticamente mostrato tutta la sua fragilità anche in Italia, dove è apparsa evidente la confusione Istituzionale, palesatasi con veri e propri scontri e conflitti di competenza tra funzioni amministrative locali e nazionali, che anche per l’emanazione di singoli provvedimenti hanno mandato in confusione cittadini e talvolta anche i singoli operatori sul territorio.

La riforma affrettata del Titolo V della Costituzione, così come la cancellazione delle Province per decreto poi bocciata dal referendum, hanno segnato l’assetto istituzionale dello Stato, lasciando talvolta nel limbo della indeterminatezza i cittadini confusi ed abbandonati all’accavallarsi di decisioni e provvedimenti in contrasto fra esse che hanno finito per aggravare una situazione che invece avrebbe richiesto condivisione e sinergie, di fronte alla tragedia che ha coinvolto intere comunità inermi di fronte ad un nemico che per molti mesi abbiamo potuto solo subire.

Il territorio, quindi è diventato anche con la Next Generation  la principale grandezza fruibile dello sviluppo, che richiede quel protagonismo che purtroppo i singoli Enti comunali non sono in grado di produrre, con il rischio di restare fuori e non cogliere quella che potrebbe essere un’ultima occasione, per provare a ridisegnare un modello di sviluppo che ponga a centro i diritti della persona nelle comunità dove si è nati e si deve poter continuare a vivere.

I diritti della persona, nucleo di ogni strategia istituzionale, e per noi della UIL il sindacato delle persone, quale logica evoluzione culturale e politica di quello dei cittadini, un nuovo sinallagma situazionale per ridisegnare il centro degli interessi rappresentati e rappresentabili, i cui confini sono più ampi, grandi e meno distinguibili di quanto non li abbiamo conosciuti nel secolo scorso.

Il prototipo dei diritti che dobbiamo perseguire e consolidare appare evidente dall’osservazione del contesto sociale, così come da ogni fonte di diritto o analisi socio economica non può che essere quello del LAVORO. Non vogliamo qui ripercorrere le analisi precise che in diversi congressi delle nostre categorie sono state fatte, che hanno riportato fedelmente il livello di insostenibilità del tasso di occupazione del mezzogiorno d’Italia che pone le regioni del sud Campania, Sicilia, Calabria e Puglia tra le cinque regioni europee con l’occupazione più bassa nel 2021 insieme alla regione della Guyana francese, con l’ Italia  al 58,2% ma in presenza di grandi divari territoriali con la provincia di Bolzano che registra un 70,7%, un dato superiore alla media Ue, con la Campania (41,3%) e la Sicilia il 41,1% con il dato peggiore in Ue. A questa situazione già drammatica ed insostenibile di per sé, vi è da aggiungere un altro elemento di congiuntura che ci consegna una nuova povertà del lavoro, quella di quanti un lavoro ce l’hanno ma che non gli consente di poter soddisfare le normali esigenze di vita, quelli che guadagnano meno di 11.500€ che sono il 20% al sud contro il 9% al centro nord, quale logica conseguenza della precarizzazione del lavoro, con cui si è pensato poter competere nel mercato globale, dimenticando che il costo della vita nei Paesi “concorrenti” non è paragonabile.

Vi è quindi da recuperare la dimensione del Lavoro come espressione della Dignità dell’uomo così come è stato efficacemente enunciato da Papa Francesco, richiamando ognuno alle proprie responsabilità, affinché questo presupposto sia garantito a tutti e tutte,  quale condizione indispensabile per cui ognuno possa sentirsi legittimamente parte di una comunità, dove “Lavorare non solo serve per procurarsi il giusto sostentamento”, ma come sottolinea Papa Bergoglio: “Penso anche a chi è senza lavoro; e a quanti si sentono giustamente feriti nella loro dignità perché non trovano un lavoro.

Un appello forte e chiaro perché il lavoro torni ad essere una condizione inderogabile nella vita democratica di un Paese, dove si ristabilisca il giusto rapporto tra vita e lavoro della persona:

si restituisca a tutti la libertà di LAVORARE per VIVERE

non di VIVERE per LAVORARE

e soprattutto non accettare mai che si possa MORIRE per LAVORARE

Il giusto sostentamento deriva dalla equità delle retribuzioni e appare evidente che con 7 milioni di lavoratori in attesa dei rinnovi contrattuali, non è garantita neppure la legittima aspettativa di poter assicurare a sé e alla famiglia una vita ancora caratterizzata dalla Dignità.

Prima la pandemia ed ora la guerra hanno fatto registrare tassi di inflazione che ritenevamo oramai lontani e non più replicabili, siamo costretti a fare i conti con un’erosione del potere di acquisto che sta svuotando le tasche di lavoratori e pensionati con una velocità tale da non arrivare non alla terza ma forse nemmeno alla seconda settimana per chi un salario riesce ancora ad avercelo, ma ciononostante si ritrova Povero.

In questo contesto è bene ribadire con chiarezza e fermezza che l’applicazione di CCNL in termini di garanzia di una equa retribuzione, connotata da elementi di sicurezza e organizzazione del lavoro sono elementi indispensabili per far ripartire il Paese, anche attraverso la ripresa dei consumi e della spesa delle famiglie. Chiedere e rivendicare il rinnovo dei contratti collettivi di lavoro con la detassazione degli aumenti contrattuali non è, e non può essere, un interesse di parte ma dovrebbe segnare il primo elemento condiviso su cui investire per la ripresa.

Investire sulla sicurezza fino a penalizzare le aziende che non lo fanno o lo fanno male è un’opera di civiltà. Noi come UIL abbiamo intrapreso una vera e propria battaglia con la campagna “Zero Morti sul Lavoro” avevamo immaginato che alla ripresa delle attività dopo il blocco delle produzioni per il Covid la situazione sarebbe stata se possibile più grave di quanto non lo fosse già prima, ma non si può credere che in un paese civile ogni giorno ci sono in media 3 persone che non ritornano a casa per essere andati a lavorare. Bisogna fare di più a tutti i livelli, in ogni luogo dove si confrontano parti e rappresentanti di interessi bisogna costruire le condizioni per lavorare in sicurezza e dignità.

Ognuno deve esercitare le responsabilità ai diversi livelli cui si è chiamati a rappresentare interessi collettivi, anche in questo caso il protagonismo della Dimensione Territoriale può risultare determinante per intercettare le opportunità che pure sono poste alle comunità locali. I modelli di relazioni industriali vanno implementati e sostenuti, perché alla contrattazione nazionale si affianchi con elementi distintivi quella di secondo livello aziendale e in questo momento storico la Contrattazione Territoriale, attraverso modelli di regolazione della politica e dello sviluppo territoriale, capace di ridisegnare l’economia e l’attrattività di territori, talvolta discriminati e lontani dalle strategie economiche regionali e nazionali.

Su questa parte di Territorio Regionale – Sannio e Irpinia – che vogliamo immaginare sempre più compromessa e promiscua, abbiamo provato a definire delle buone pratiche, perché in vista delle attività relative al PNRR e comunque a tutte quelle soggette a finanziamenti della spesa pubblica, si potessero intercettare le volontà comuni di garantire sicurezza, formazione, legalità, giusta applicazione dei CCNL, abiura dei contratti pirata,  per non dover correre il rischio di perdere le occasioni di sviluppo e sicuramente di non correre il rischio che a fronte di impropri arricchimenti ci fossero i rischi per la vita dei lavoratori e delle stesse  aziende sane.

Abbiamo siglato con il

·      Comune di Benevento

·      Provincia e ASI di Avellino

  un Protocollo su :

                           SICUREZZA E LEGALITA’ PER LAVORO E INVESTIMENTI

che definisce le condizioni e le caratteristiche a cui devono rispondere le aziende chiamate a partecipare ai bandi per le assegnazioni delle attività relative opere ed attività finanziate dal PNRR, convinti come siamo che a fronte di ingenti investimenti, soprattutto dopo un periodo di blocco più o meno generalizzato delle attività, i rischi diffusi di degenerazione potrebbero aumentare. Stabilire criteri di comportamento e caratteristiche essenziali quali precondizioni per poter esser ammessi alla partecipazione ai bandi di gara, ed anche e soprattutto in fase di realizzazione sia per le aziende in appalto che in caso di subappalto, ci è sembrato un esercizio di civiltà che qualifica il lavoro, ma prima ancora le aziende sane e gli enti locali direttamente interessati quale stazione appaltante, o in qualità di Ente di supporto e di coesione territoriale quando Stazione Unica Appaltante.

Disegnare comunemente lo sviluppo, sostenere, cogliere e agevolare le opportunità che un territorio potenzialmente offre, è il successivo step che le parti sociali devono perseguire ed alimentare per determinare le sinergie istituzionali per la realizzazione di opere e infrastrutture per tracciare le linee di sviluppo Territoriali nel quadro degli interventi regionali e nazionali.

In questo ambito è da segnalare come unitariamente come sindacato e con Confindustria Avellino si è individuato un percorso comune che sottoposto e condiviso con i Sindaci interessati ha definito un Protocollo per lo Sviluppo Territoriale proprio qui dove abbiamo deciso, anche per questo, di tenere il nostro Congresso, in Valle Ufita sede della nascente Stazione di AV/AC HIRPINIA.

Un’iniziativa che ha colto la comune volontà, recepita dalla Regione Campania e dal Ministero per il Sud, per la realizzazione di una Stazione logistica “intermodale di grandi dimensioni dotata delle relative opere infrastrutturali necessarie” per determinare un polo intermodale del traffico delle merci nel cuore del mediterraneo, che può costituire volano di sviluppo per le arre interne e  della intera Campania e del  mezzogiorno, a sostegno e supporto delle produzioni e delle realtà industriali del Territorio, e  potenzialmente capace di intercettare quote di traffico delle merci  che attraversano il canale di Suez oggi destinate ai porti del nord Italia e del centro Europa. Recuperare l’efficienza di un sistema di trasporti delle merci offre elementi finora negati di competitività alle aziende, costituisce una buona pratica che sta dispiegando tutta la sua efficacia ed ancora dovrà continuare a farlo, segnando positivamente il protagonismo dei Comuni che si affacciano alla Valle dell’Ufita, di Confindustria e di CGIL CISL UIL in Irpinia.

Questo novellato modo di interpretare il Territorio oltre la sua dimensione geografica, verso una rappresentazione economica, culturale e sociale in grado di unire le persone di fronte alle emergenze che li coinvolgono o anche alle opportunità che si vogliono cogliere, è forse il messaggio che naturalmente si è consolidato durante i momenti scuri della pandemia e del lockdown.

Non sono poi così lontani i momenti di collettiva partecipazione emotiva, con musica dai balconi, concerti sui terrazzi o la solidarietà verso chi chiuso in casa aveva bisogno di fare la spesa o prendere medicinali. Un Paese che è sembrato perfino unito, solidale forse solo perché scopertosi più ugualmente debole, o forse perché il nemico comune ha fatto recuperare valori sopiti o che effettivamente erano stati indeboliti dalla prevaricazione dell’interesse individuale su quello collettivo, da uno sfrenato egoismo individuale che non ha mai fatto posto ad un sano Egoismo Collettivo capace di traguardare obbiettivi comuni in grado di cambiare luoghi e contesti economici e sociali diversamente destinati alla estinzione.

Si potrebbe pensare che la lezione ci sia servita…ma a vedere ciò che sta succedendo nel mondo, in Europa ed anche a casa nostra appare evidente che non ci è servito a nulla e non ci sta servendo quanto accaduto e sta accadendo.

In Italia è ripresa la contrapposizione tra impresa e lavoro, con i primi ancora convinti di poter perseguire lo sviluppo riducendo i diritti e con il lavoro povero, fino a gridare allo scandalo se si il Sindacato chiede più soldi in busta paga e rinnovi contrattuali (7Ml lavoratori con Ccnl scaduto), convinti come siamo che la competitività non la si può fare con la precarizzazione del lavoro, ma solo garantendo occupazione stabile, equa retribuzione, garanzia di diritti e sicurezza del lavoro, solo così il Paese può riprendere a crescere.

E’ ripresa la battaglia tra i partiti che appaiano di nuovo interessati più che al merito dei provvedimenti del Governo, semmai ai prossimi appuntamenti elettorali, ci si divide ancora sulla prospettiva elettorale più che sul merito, con partiti che ancora una volta danno segnali distonici rispetto a quel sentimento di unità nazionale che i cittadini non vogliono smarrire e forse il vero motivo della disertazione elettorale.

Appare dismessa la consapevolezza di un Paese che deve essere pronto ed in grado di spendere bene e per tempo i soldi del Recovery Fund   che anche se non ci vengono regalati, costituiscono l’opportunità di riprendere le fila di un Paese che ci è stato consegnato in condizioni migliori di come l’abbiamo ridotto, e che forse costituisce l’ultima occasione di miglioralo per quelli a cui lo lasceremo.

Se il Paese non può distrarsi, da questa parte al SUD non si può nemmeno pensare di correre il rischio di fallire. Eppure, i segnali che abbiamo rischiano di andare proprio in quella direzione, dalla parte della inconcludenza e della inerzia vuoi per divisioni politiche, vuoi per la impossibilità di produrre un’attività diffusa di progettazioni per partecipare ai Bandi ministeriali del PNRR, dovuta essenzialmente ad una carenza per quantità e qualità degli organici dei Enti Locali devastati dal Fiscal Compact e dal blocco del turn over, e accompagnata in troppi casi da una condizione societaria che priva altri soggetti come le società di gestione dei servizi pubblici, di poter partecipare a bandi, vuoi perché soggette a procedure concorsuali o di fallimento oppure solo per non essere assegnatarie di  contratti di servizio.

In questa condizione con bandi che prevedono come le risorse vengano assegnate sulla base di requisiti che gli enti locali e le società in Irpinia e nel Sannio non sono diffusamente in grado di soddisfare, appare evidente che molti dei nostri 196 comuni non potranno accedere alle risorse messe a bando, finendo per essere sempre più isolati e soli particolarmente adesso che possono esserci le possibilità di spesa, che in realtà gli sono praticamente negate.

Questa non è, e non può essere, solo una preoccupazione, e non bisogna sottacere, questa che è la vera emergenza riferita al PNRR, non serve fare ogni volta l’elenco delle opere che sono allocate su un territorio e frutto il più delle volte di riallocazione di risorse del PNRR che vanno a sostituirne altre ma sempre sulla stessa opera,  se da più parti emergono tutte le criticità di allocazione del 40% dei fondi del PNRR da destinare al SUD, in ultimo dalla relazione istruttoria del Dipartimento per le Politiche di Coesione (DPCoe) della Presidenza del Consiglio, che indica come allo stato attuale le risorse “certe” allocate  sono i 24,8 miliardi (più della metà di titolarità del Ministero dei Trasporti e delle infrastrutture) che finanziano progetti già identificati e con localizzazione territoriale e costi definiti, ovvero meno di un terzo della “quota Sud”.

Senza voler sottacere,  qualche eccezione che sia un comune più o meno grande, o in alcuni casi comuni costituitisi in forma associata, piuttosto che un Piano di Zona o una società/azienda efficiente, che costituiscono purtroppo quasi delle rarità, restano forti e ancora inascoltate le  preoccupazioni circa il fatto che non basta che i Ministeri esprimano “adesioni di principio” a questo vincolo di destinazione del 40%, bisogna prendere atto che se si vuole rispondere all’esigenza di recuperare il gap tra sud e il resto del paese, e tra parti dello stesso sud e di una stessa regione , bisogna che il governo o meglio il Parlamento individui celermente modalità di salvaguardia e vincoli territoriali, per rendere reale la spesa degli 86 miliardi destinati al SUD:

Se i bandi prevedono che le risorse vengano assegnate sulla base di requisiti che società ed enti locali non sono in grado di soddisfare, se procedure competitive premiano eventuali fattori come il cofinanziamento che i Comuni non possono permettersi,

se i criteri di riparto privilegiano la spesa storica o l’esistenza di infrastrutture, anche di carattere sociale, di cui il SUD e le Aree Interne sono sprovviste, allora bisogna individuare e definire misure correttive che siano in grado di compensare le impotenze che si vogliono superare proprio con il PNRR, in modo da favorire la partecipazione dei soggetti economici del SUD e dei piccoli comuni, fino ad operare i poteri sostitutivi da parte dello Stato nei casi di una palese inadeguatezza progettuale e realizzativa degli enti decentrati.

Questo non deve sembrare una resa, ne può costituire motivo di deresponsabilizzazione, serve invece a fissare un punto fermo da cui non derogare, per non volersi sentir dire…”i soldi c’erano non siete stati capaci di spenderli”.

Nel mentre o meglio immediatamente bisogna che il Governo decida per davvero di rafforzare la PA con interventi sul capitale umano soprattutto nel sud e nei piccoli comuni, con l’inserimento di giovani con contratti a tempo indeterminato e con stipendi degni dei titoli che vengono richiesti, evitando la pantomima dei contratti a termine e sottopagati, come pure è successo durante la pandemia con quelli che furono Eroi ed ora sono tornati nel buio dei senza lavoro, che sono la vera causa della mancato interesse dei giovani Laureati ad aderire a bandi  non  consoni e interessanti anche per quanti potrebbero contribuire al rilancio delle loro stesse comunità.

Noi non possiamo, come altre aree della regione e del paese, puntare a tornare a quello che era prima della pandemia, già allora erano chiari i ritardi e il dumping infrastrutturale materiale, immateriale ed economico delle aree interne, abbiamo bisogno di disegnare compiutamente un modello di sviluppo sfruttando ogni risorsa capace di alimentare e disegnare il percorso che vogliamo costruire, ipotizziamo la costituzione di Centri di Competenza Territoriale dove le risorse del territorio Università,  Enti Locali, Aziende di servizio e parti sociali possano  costruire e definire le condizioni dello sviluppo e la capacità di accedere alle opportunità.

Con queste convinzioni e insieme ad alcuni di questi attori del territorio abbiamo definito i due protocolli in Irpinia e nel Sannio per delineare le condizioni ottimali per procedere in trasparenza, sicurezza ed efficacia all’allocazione delle risorse. Ma appare evidente che bisogna superare le strozzature che rischiano di vanificare ogni buon’intenzione. I comuni più grandi così come in alcuni casi le forme associate di enti locali si stanno adoperando anche se con condizioni talvolta diverse, soprattutto nel campo dei servizi devastati e messi a nudo dalla pandemia, che ci assegnano la responsabilità di non aver deciso per tempo, e con responsabilità, assetti efficienti di società che adesso si approcciano in modo distinto e diseguale, lasciando indietro chi già sta in ritardo destinando il territorio all’abbandono definitivo.

Solo per un esempio si guardi alla differenza tra i due territori nel settore dell’igiene ambientale, dove ASIA di Benevento presenta la sua partecipazione a 8 bandi a fronte di IrpiniAmbiente in Irpinia che assoggettata al mancato affidamento dovuto a ritardi e divisioni dell’ ATO , non ha i requisiti di partecipazione;

così come nel caso del settore idrico dove nonostante l’urgenza di interventi sulla rete di distribuzione nessuna delle due realtà societarie può partecipare ai bandi, Gesesa per il mancato affidamento, e Alto Calore per questo e per la procedura di fallimento in atto;

per non dover sottacere l’indecenza dell’assetto della Medicina Territoriale, che con la pandemia ha mostrato a tutti le gravi responsabilità “politiche “per averne distrutto ogni assetto nei lunghi anni del commissariamento, ma soprattutto per averne fatto terra di conquista politica invece che di diritto inderogabile, ebbene ora che si è chiamati a ridisegnare soprattutto la rete di assistenza ancora una volta del “Territorio”  non è dato sapere cosa è scritto se è scritto nel Piano Sanitario… definito “sconclusionato” dallo stesso Presidente della commissione regionale della sanità della Regione Campania.

L’elenco potrebbe essere lungo, ma in considerazione dell’ottimo lavoro fatto nei Congressi di Categoria per analisi e prospettive, possiamo tranquillamente esimerci da riprendere le singole e rilevanti crisi industriali e dei servizi a cui bisogna costruire una soluzione.

Ciò nonostante, in questa sede invece vogliamo porre anche alle nostre categorie, e quindi a CGIL e CISL una riflessione comune che non può essere trascurata:

prima ai congressi della CISL e poi a quelli della UIL abbiamo visto poche occasioni di ascolto e presenza delle categorie delle altre OO.SS., talvolta per non essere stati invitati, altre per non aver accolto l’invito….

e questo per il nostro mondo, per quello del lavoro, per la nostra terra ed anche nei confronti della politica e delle Istituzioni di qui auspichiamo unità, convergenza e condivisione nell’interesse dei nostri Territori….costituisce un limite che bisogna superare. I rapporti unitari sono una precondizione essenziale per rappresentare al meglio gli interessi di quanti guardano al sindacato con rinnovato interesse e consolidato protagonismo, come si vede nel rinnovo delle RSU dove partecipano mediamente più del 90% dei lavoratori, e il fatto che questi dati non si riescano a performare nelle elezioni amministrative e politiche, ci consegna e ci affida una responsabilità che non possiamo declinare con divisioni e talvolta anche con avversioni. Ci siamo affrancati anche da presenze spurie che vedono CGIL CISL UIL come avversari più che come compagni di viaggio, ne abbiamo guadagnato, ora bisogna fare un altro passo verso la sostanziale unità trasferendo questo a tutti i luoghi di lavoro e ai nostri territori.

Nel corso della crisi pandemica abbiamo scoperto come le buone pratiche e le corrette relazioni industriali abbiano agevolato la ripresa in sicurezza delle attività, anche in presenza talvolta di qualche forzatura,  questo naturalmente grazie anche ai fluenti rapporti con le associazioni datoriali,  che da queste parti almeno negli ultimi anni hanno ripreso una buona linea di visione e di prospettiva, che ha costituito la base per l’adozione di documenti e protocolli che possiamo dirlo in alcuni casi ha contribuito a sollecitare, sostenere e perfino definire LO SVILUPPO delle nostre Aree.

Ci siamo spesi e non poco in tal senso e ancora lo faremo, consapevoli che possiamo provare a disegnare un presente ed un futuro per il Sannio e per l’Irpinia, con una discreta possibilità di successo se mettiamo a fuoco obiettivi condivisi e scelte strategiche comuni;

i prossimi anni saranno importanti, più di quanto non lo siano stati quelli passati, perché c’è una novità che ci espone e non poco…

questa volta non dobbiamo chiedere ma prendere

e molto dipenderà da come e quanto tutti  saremo pronti a contribuire per il successo finale…

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