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Dichiarazione di voto Sen. Lonardo Gruppo Misto mozione 1-00456 su Nutri-Score e piano decennale Farm to fork

15/02/2022
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“Il Green Deal Europeo, il progetto per rendere più sostenibili e meno dannosi per l’ambiente la produzione di energia e lo stile di vita dei cittadini europei, si pone l’obiettivo di trasformare l’Unione Europea in una società giusta e prospera, con un’economia di mercato moderna e dove le emissioni di gas serra saranno azzerate, e la crescita sarà sganciata dall’utilizzo delle risorse naturali.

Due sono le strategie che giocheranno un ruolo chiave nella trasformazione dei nostri sistemi alimentari: la strategia sulla Biodiversità per il 2030 e la strategia Farm to Fork.

In particolare, la strategia Farm to Fork, si compone di una serie di obiettivi tra cui:

• ridurre del 50% l’uso dei pesticidi chimici entro il 2030;

• ridurre le perdite di nutrienti di almeno il 50%, garantendo nel contempo che non si verifichi un deterioramento della fertilità del suolo; in tal modo l’uso dei fertilizzanti sarà ridotto di almeno il 20% entro il 2030;

• ridurre del 50% le vendite di antimicrobici per gli animali da allevamento e per l’acquacoltura entro il 2030;

• destinare almeno il 25% della superficie agricola all’agricoltura biologica entro il 2030

Sembrerebbe una  lunga lista di buoni propositi se non fosse che questa strategia, che orienterà la politica agroalimentare europea nei prossimi decenni, ad una più approfondita analisi e secondo studi autorevoli, presenta una serie di contraddizioni sotto l’aspetto economico, ambientale e sociale oltre ad una serie di rischi enormi per il comparto di Stati come l’Italia, che annoverano, curano, coltivano, allevano ed esportano prodotti d’eccellenza.

Secondo lo Studio del Joint Research Center  della Commissione europea basato sul modello Capri, in tutti i settori della produzione agricola e dell’allevamento sono previsti cali di produzione dal 5% al 15%, con i risultati peggiori per il comparto zootecnico (bovino, pollo, suino) oltre che per le coltivazioni di cereali, semi oleosi e ortofrutta.

Sempre nel report, a fronte di questa diminuzione di produzione, è previsto un aumento netto dei prezzi di produzione dei prodotti agricoli di circa il 10%.

Inoltre, stando a quanto riportato, i cambiamenti nella produzione europea comporterebbero un calo delle esportazioni, nonché un peggioramento del deficit commerciale dell’Europa.

Tuttavia, uno dei punti più critici tra quelli prospettati dalla relazione riguarda l’ipotesi degli effetti di questa strategia sulle emissioni.

La relazione, infatti, sottolinea come la strategia FARM to FORK  potrebbe contribuire a ridurre del 28,4% le emissioni di gas ad effetto serra del settore agricolo entro il 2030, ma il report mette anche in luce come oltre la metà dei gas serra che l’Europa risparmierà, sarà invece prodotta da aumenti equivalenti di gas serra nei Paesi terzi, dovuti proprio all’aumento di produzione agricola di quei Paesi, volto a sopperire il calo prospettato per l’Europa.

Non si tratta di uno studio isolato: il recente studio commissariato da CropLife Europe e Copa-Cogeca e redatto dalle Università di Kiel e di Wageningen, sostiene che la strategia Farm to Fork arrecherà importanti perdite a tutta l’agricoltura europea.

La riduzione del 50% dei pesticidi, del 20% dei fertilizzanti e del 25% dei terreni coltivati a biologico, entro il 2030 potrebbe provocare in Italia un calo del 20% della produzione di pomodori e mele, del 24% dell’uva da vino e del 40% dell’olio d’oliva.

Dati allarmanti che in parte confermano l’unico studio di impatto esistente, divulgato da USDA, UNITED STATES DIPARTMENT OF AGRICOLTURE. Secondo l’analisi americana  “Economic and Food Security Impacts of EU Farm to Fork Strategy”, l’introduzione della nuova strategia provocherebbe un calo del 12% della produzione agricola a fronte di un aumento dei prezzi del 17%. E per quanto concerne il commercio estero le esportazioni calerebbero del 20% mentre le importazioni aumenterebbero del 2% con un calo del PIL di circa 58 miliardi di euro e maggiore insicurezza alimentare per altri 22 milioni di persone.

Altra proposta controversa è quella di introdurre un’etichettatura nutrizionale obbligatoria fronte-pacco, che renderebbe il sistema fuorviante e penalizzante per molti prodotti di eccellenza dell’agroalimentare.

Parliamo del cosiddetto Nutriscore.

Si tratta di un sistema di etichettatura dei cibi in cui ad ogni colore corrisponde il livello di sostenibilità ambientale di un determinato alimento. Il tipo di calcolo ipotizzato darebbe colori arancione e rosso, identificandoli come scarsamente sostenibili, a molti prodotti della dieta mediterranea. Per l’Italia un problema enorme.

Per assegnare un colore a un determinato alimento si usa infatti un algoritmo che andrebbe a penalizzare molti cibi pieni di grassi, dunque molti di quelli apprezzati nella nostra dieta mediterranea: escluderebbe quindi dalla dieta alimenti sani come l’olio extravergine di oliva, il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano e il prosciutto di Parma per favorire cibi spazzatura.

Alla luce di tutto questo è auspicabile che il Governo assuma una posizione più determinata con riferimento alle procedure che orienteranno la politica agroalimentare europea per i prossimi anni, reclamando nuove e più dettagliate valutazioni d’impatto e criteri di calcolo equilibrati in merito alle etichettature.

E che incentivi la sperimentazione e l’utilizzo, impegnandosi con forza sui tavoli europei, dell’alternativa italiana alla Nutriscore, ovvero la NutrInform Battery, che indica la percentuale di energia, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale (indicati in grammi) presente in una singola porzione di alimento, il contenuto energetico (espresso sia in Joule che in Calorie) dalla singola porzione rispetto alle quantità giornaliere di assunzione raccomandata.

Un sistema che mette al centro il consumatore e non il mercato globale, valorizza la capacità critica del cittadino che non deve essere fuorviato da colori o immagini che nulla hanno di scientifico e difende il patrimonio unico della dieta mediterranea.

Diversamente, si finirebbe solo con aggravare la già precaria situazione delle aziende agricole che devono fronteggiare sia l’aumento dei costi delle materie prime che dell’energia.

A loro carico si prospettano nuovi oneri burocratici e costi gravosi, un pericoloso pregiudizio contro gli alimenti di origine animale.

I cambiamenti imposti genereranno un prevedibile aumento delle importazioni di prodotti alimentari provenienti da paesi terzi, che non sono soggetti al rispetto di tutti i requisiti in termini di sostenibilità che vengono invece richiesti alle aziende europee e italiane. Esse corrono il rischio di ritrovarsi nella concreta difficoltà di non riuscire a curare le proprie colture, per via di una progressiva riduzione degli strumenti di difesa, senza che ci sia al contempo alcuna possibilità di accedere a mezzi sostitutivi meno invasivi e nocivi.

Sventiamo questo attacco alla dieta mediterranea, che deprezza il nostro Made in Italy per favorire un livellamento delle abitudini alimentari dei popoli europei a vantaggio dei soliti colossi della produzione e della grande distribuzione.

Abbiamo il dovere civico, l’obbligo morale e la responsabilità politica di sostenere e dar forza al Governo in questa battaglia di umanità e giustizia sociale, di equità e condivisione, di rivendicazione delle nostre radici, di valorizzazione delle nostre produzioni, di salvaguardia degli agricoltori e delle comunità locali.

Il problema è il punto di compromesso. La politica deve tener conto di quanto è possibile fare per il bene comune contemperandolo con quanto è necessario non fare per il medesimo bene comune. Ciò a cui siamo chiamati è questo.

Di questo, qui, si tratta

Per tutti questi motivi, dichiaro il voto favorevole alla mozione che è arrivata in aula con le firme dei rappresentanti di tutti i Gruppi politici”.

A nome di LeU Ecosolidali, Cambiamo- Coraggio Italia, Noi di Centro, e del Gruppo Misto.

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