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Dialetto di Pago Veiano. Fossili Greci e Cananei

11/09/2021
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Quanto segue è  frutto di una ricerca del grande professore emerito nativo di Pago Veiano prof. Orazio Antonio Bologna.

Un acquisto piuttosto recente per il dialetto di Pago Veiano è costituito dal termine zimpunìja, dal lat. symphonĭa, sinfonia, accolto secondo l’ortoepia latina dell’ultimo periodo repubblicano, ma con significato negativo di strimpellatura. Dalla resa dialettale, infatti, si evince che la s pura in latino era aspra: la sibilante passa in z per la presenza della labiale esplosiva nella sillaba centrale; il digramma ph non era pronunciato f, ma p seguita da aspirata, come in càmpera e pantàsema; la vocale o per apofonia passa in u. Dal lessema zimpunìja il parlante deriva il denominale zimpunija’, con significato, sempre negativo, di strimpellare, suonare uno strumento musicale in modo maldestro e fastidioso. Zimpunijàva un bambino, che con un bastoncino picchiava il fondo di un secchio o di una pentola o batteva due coperchi l’uno contro l’altro. Singolare è il gioco dell’apofonia nella flessione dell’ind. pr.: zemponéo, zimpunìj, zemponéa, zimpunijàmo, zimpunijàti, zemponéeno, secondo le regole registrate nella Grammatica normativa. Ma il fossile linguistico decisamente più antico è il termine làma, che, adoprato al pl., designa un pantano, una palude, lo scorrimento superficiale di materiali argillosi. Nel dialetto non è stato portato dai Romani, perché in tutta la letteratura latina è usato al pl. solo tre volte, e in poesia. Non voglio credere che i coloni stanziati a Pago dopo le guerre sannitiche e in seguito fossero molto colti. Secondo una suggestiva e affascinante ipotesi del linguista e orientalista Giovanni Semerano, il termine è di origine accadica e significa palude, dalla radice luh̯āmu. Se si accetta questa ipotesi, che è molto probabile, il termine è entrato nella zona intorno a XXVIII sec. a.C. e, col medesimo significato, è rimasto inalterato fino a oggi. Ricordo che bambino d’una decina d’anni ho assistito al dramma di un asino, che, carico di farina, scivolò nelle lame de Cùrricurri e vi affondò; e, nonostante lo sforzo del padrone e dei contadini accorsi in aiuto, fu inghiottito dal limo mobile e paludoso. Ma prima che vi giungessero i Romani, il territorio era stato occupato dai Greci, i quali vi hanno lasciato vistose tracce, ravvisabili in camài, càntera o taùto. Di questi, oggi, con ogni probabilità, rimane solo taùto, perché la morte non smette mai di colpire. Quest’ultimo termine deriva, senza dubbio da τὸ ἐαυτῷ, to heautò passato per crasi in τἀυτῷ, tautò, nel senso di “quello per se stesso”, intendendo con “quello” la tomba o il sepolcro, che tanto in Grecia quanto a Roma l’uomo preparava per sé prima di passare a miglior vita. Col tempo il tautò nel parlato, per baritonesi, è diventato taùto, la bara. Il termine camài si adoperava per scacciare il cane, allontanarlo e obbligarlo ad accovacciarsi a terra, a debita distanza dal padrone. Talvolta, però, era rivolto, con disprezzo, agli importuni, che si presentavano all’ora di pranzo o di cena. Nei tempi tristi seguiti alla guerra una scodella di minestra era un bene troppo prezioso per poter essere condiviso. Il termine, ancora, era adoperato in segno di disprezzo e disgusto dalle donne, giovani o maritate, per allontanare un corteggiatore o un importuno. Camài, infatti, è l’esatta trascrizione del greco χαμαί, chamài, a terra, senza l’aspirata, svanita nel tempo. Il termine càntera, grosso recipiente di terracotta, è rimasto in uso fino a quando si preparava il pane in casa. Serviva per la fermentazione del lievito, col quale, quando èra crissciùto, si impastava la farina nella madia, la fazzatóra. Il termine deriva dal greco κάνθαρος, cantharos, recipiente con due manici. Nel parlato locale ha conservato il significato originale: è diventato solo femminile e, come pantàsema, ha perduto la dentale aspirata. È, questo, un altro indizio dell’antichità e della ricchezza, che il dialetto può mettere in bella mostra. Orazio Antonio Bologna

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