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Dialetto di Pago Veiano: grammatica e fossili linguistici prelatini.

14/08/2021
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Storia di una lingua particolare ed unica.  Tra le peculiarità fonetiche molto complesse e incomprensibili: l’apofonìa

di Orazio Antonio Bologna

Il dialetto di Pago Veiano, ridente centro sannita sdraiato sulla collina digradante verso la pianura, presenta peculiarità fonetiche molto complesse e incomprensibili per quanti lo avvicinano per la prima volta. Tra queste particolare attenzione merita l’apofonia o, meglio, alternanza vocalica, che rende la parlata locale armoniosa, sciolta, accattivante. Ma per poterla adoperare in maniera corretta, bisogna conoscerla e, mediante la pratica, imparare a metterla in pratica. L’apofonia consiste nel cambiamento costante all’interno di un tema della vocale sotto l’aspetto timbrico o qualitativo. Così, per es., il sing. cécere, il cece, ha il pl. cìciri, il sing. cénnera ha il pl. cìnniri. Per cui la e passa in i, oppure è in é; e la o in u, ò in ó, quando nel corpo o in fine di parola viene a trovarsi una i. Per tal motivo l’ind. pres. del verbo mète’, mietere, è mèto, méti, mète, mitìmo, mitìti, mèteno; e del verbo mòve’, muovere, è mòvo, móvi, mòve, muvìmo, muvìti, mòveno. Se qualche difficoltà si incontra nella flessione nominale, pressoché impossibile, come si è visto, è la flessione verbale, che ha bisogno di una lunga pratica. Altra importante caratteristica è la presenza di alcuni fossili linguistici prelatini come làma, frana, o latini come aità, età, nel quale si conserva sia il dittongo che la pronuncia latina del III sec. a.C.; in càmpera, lat. camphora, canfora, spèra, lat. sphaera, sfera, e pantàsema, lat. phantasma, fantasma, si conserva la pronuncia originaria del digramma ph, il quale, prima di passare in f, si sentiva come p aspirata, perduta in seguito al successivo passaggio in f. Vistosa è la presenza del participio futuro latino, che sopravvive in deverbali adoperati per designare strumenti destinati a un uso specifico. Così da scannà’, sgozzare, si ha scannatùro, cioè un coltellaccio destinato a sgozzare il maiale; da spresscià’, torchiare, si ha spressciatùro, torchio; da annettà’, nettare, si ha annettatùro, nettatoio. Tutti i deverbali di tal genere hanno un doppio plurale: si adopera il femminile, per indicare una quantità indeterminata, un collettivo, come: se vennéveno spressciatóre, scannatóre, annettatóre: si vendevano torchi, coltellacci, nettatoi; il maschile per indicare un numero determinato, come: vinìvo co’ ttre scannatùri, co’ cquàtto spressciatùri, co’ ccìnco annettatùri: venne con tre coltellacci, con quattro torchi, con cinque nettatoi. Attenzione particola merita l’aggettivo àoto, alto, che ha un doppio diminutivo: uno maschile, autulìllo, altino, femminile aotolélla; l’altro maschile aotéllo non è attestato. Il femminile aotèlla, che nella parlata trasforma la dentale sorda t pass nella sonora d, aggiunge la gutturale protetica g e diventa gaodèlla. Il pl. gaodèlle è oggi un toponimo: designa una contrada con una fontana. Il diminutivo è nato dal fatto che le terre della contrada sono leggermente più alte rispetto a quelle, che si estendono più in basso. Il diminutivo gaodélla, inoltre, designa una ragazza un po’ più alta rispetto alla media, come nel detto, poco frequente, quélla uagliòna è ggaodolélla rispètt’a lo fràte: quella ragazza è leggermente più alta del fratello. Altra prerogativa, che rende il dialetto particolarmente interessante, è l’accrescitivo del diminutivo. Il dim. di Teresa è Tirisìna, ma per designare una donna molto grossa, si dice Tirisinóne. Allo stesso modo il dim. porcéllo ha l’accr. m. porcellóne, molto raro, rispetto al f. porcellóna, che la mamma dice sempre con affetto e tenerezza verso una neonata sporca. Per comprendere il particolare valore semantico di pórco bisogna analizzare la civiltà contadina, nella quale il porco costituisce una risorsa non indifferente: di questo animale, infatti, si utilizza tutto. Nell’antica Roma esisteva la gens Porcia, famiglia di tutto rispetto. Era così detta per l’estrema oculatezza, con la quale amministrava il proprio patrimonio, sì da rasentare la taccagneria. Chiamare un uomo porco non costituiva un’offesa, come oggi, ma un onore, un segno di stima per la parsimonia e per la cura al risparmio. Nel gergo contadino, quando si arava con i buoi, col f. pòrca si denotava una striscia di terra piuttosto ampia, nella quale si seminava. Non si dimentichi il diminutivo m. porchetéllo, striscia di terra larga circa un metro lavorata dal contadino dopo che vi era stato seminato il grano. Per cui dire a una bimba pòrca era un ambito complimento, alludendo ai genitali e alla fertilità.

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