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Gare d’appalto al Comune di Benevento.Angelo Mancini: “Ci sono voluti cinque anni per sentirmi dire da una sentenza che: “Il fatto non sussiste”.

23/06/2021
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In una lunga nota l’avvocato Angelo Mancini sfoga tutto il suo calvario:

“Ci sono voluti cinque anni per sentirmi dire da una sentenza che: “Il fatto non sussiste”.

Lo so, l’ho sempre saputo; l’hanno sempre saputo le poche persone che mi conoscono veramente.

In questi anni non mi è mai mancata la fiducia nella magistratura giudicante, certo che alla fine sarebbe venuta fuori la mia totale estraneità ai fatti contestati. Ringrazio il collegio giudicante per la capacità di approfondire tutti gli aspetti processuali necessari alla definizione di questa sentenza, per cui sono occorsi cinque anni. Non voglio raccontarvi questi cinque anni, però credo che sia doverosa una riflessione da parte di tutti.

Ricordo brevemente i fatti: nel 2015 durante una perquisizione relativa un processo di usura a casa di una persona viene trovato il famoso endoscopio; questa persona dichiara che questo strumento è di mia proprietà e mi sarebbe servito per alterare delle gare d’appalto presso il comune di Benevento, rivelando l’esistenza di un complesso sistema di corruzione che coinvolge numerose imprese. A seguito di queste dichiarazioni io ed altre decine di persone veniamo sottoposti ad un processo, dal quale non emerge alcuna prova (telefonate, contatti, rapporti, riscontri, nulla) da cui è possibile sostenere questa accusa. Anzi il consulente della Procura dichiara la totale regolarità delle procedure di gara e da tutti i testi sentiti, sia dell’accusa che della difesa, non emerge alcun elemento a carico degli imputati. L’accusa in giudizio non effettua nessun esame sull’endoscopio, nessuna prova sulle buste di gara che avrei alterato, nulla. Tutto il sistema accusatorio presunto, oggetto di un’eclatante conferenza stampa iniziale non poggia su alcuna prova concreta. E il fatto non sussiste. E decine di persone, famiglie, hanno dovuto difendersi in un processo, che ha coinvolto magistrati, avvocati, testimoni consulenti, con costi esorbitanti e che si è concluso nel nulla.

Viviamo in un paese moderno che chiamiamo civile, dove pensiamo che siano garantite le principali libertà dell’individuo; eppure viviamo in uno stato in cui una persona incensurata, un dirigente nell’esercizio delle sue funzioni, improvvisamente viene privato della sua libertà, assurge alla notorietà sugli organi di stampa nazionali, indicato come colpevole di gravissimi reati contro la pubblica amministrazione, licenziato dal sindaco pro tempore per questo motivo e diviene imputato in un processo. Ricordo il clamore della stampa, locale e nazionale, i commenti gratuiti di chi non distingue un’indagine da una sentenza, il comune sentire di chi ritiene che solo per essere coinvolti in una vicenda si è automaticamente colpevoli.

Dopo ben cinque anni, questa società gli dice che “il fatto non sussiste”.

So benissimo che una sentenza di assoluzione piena non fa notizia come l’avvio di un’indagine con tutto il clamore mediatico collegato. So bene che non vedrò tg nazionale leggere la mia sentenza di assoluzione. Anche se non dovrebbe essere così. La mia dignità, la mia moralità, la mia onestà e il mio rigore non saranno risarcite da questo, perché per mia fortuna sono oggi intatte e non sono state lese da questa vicenda.

So per certo di non essere il primo ad aver vissuto una simile situazione e, purtroppo, sono certo che non sarò neanche l’ultimo. Ribadisco la mia soddisfazione e contentezza per questa sentenza, ma qualcuno deve darmi una risposta. Deve spiegarmi perché…? Perché è consentito che in un Paese che crediamo civile possa accadere quello che è successo a me. Io devo spiegarlo ai miei figli, devo prepararli ad affrontare la società in cui vivono, il contesto in cui cresceranno e le libertà e le garanzie che questo paese gli offre”.

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