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CIVES: Aiutiamo i giovani a rispondere alla domanda ”Per chi e a che cosa contribuisce il mio lavoro?”

12/01/2019
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Un tema attualissimo è stato affrontato ieri sera presso il Centro di cultura “R. Calabria” di Benevento, che ospita la sede degli incontri Cives-Laboratorio al Bene comune. Ospiti della serata Mons. Felice Accrocca Arcivescovo di Benevento e il gesuita Padre Giacomo Costa direttore della rivista “Aggiornamenti Sociali” e segretario speciale del Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani svoltosi in Vaticano lo scorso ottobre.


Ettore Rossi, direttore dell’Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro della diocesi di Benevento e coordinatore delle attività Cives, ha introdotto il tema dell’incontro ”I giovani, l’impegno sociale e la vocazione professionale”, prendendo spunto dalle parole del documento finale del Sinodo dei vescovi: ”Dio guarda alla Chiesa e al mondo attraverso i giovani”, ed ha citato il “sindaco santo” Giorgio La Pira, che accostò i giovani alle rondini: “Le nuove generazioni sono come le rondini, colgono prima l’arrivo della primavera. E’ importante da parte degli adulti avvertire il dovere di un loro accompagnamento all’impegno sociale, con la consapevolezza che i giovani spesso sono i più consapevoli delle urgenze di una realtà in continuo cambiamento”.
Il patrimonio costituito dalle giovani generazioni è prezioso, ma vanno incanalate le energie e la loro formazione in percorsi che li aiutino a trovare la propria strada. Esordisce così Padre Giacomo Costa, che riporta gli esiti del Sinodo dei giovani per testimoniare l’impegno e le risultanze dello storico consesso e per sensibilizzare gli adulti presenti sulla necessità di favorire la ricerca della vocazione dei giovani. Una vocazione che non si intende, pur se discussa nel Sinodo promosso dal Papa, come vocazione sacerdotale, precisa, ma come vocazione professionale o familiare. I giovani, sottolinea il direttore di “Aggiornamenti sociali”, hanno bisogno di facilitatori di percorso che li accompagnino nelle esperienze varie e diversificate del mondo del sociale o formativo, perché possano dare risposta alla domanda del “Chi sono io?”, ma soprattutto ad un’altra domanda, ben più costruttiva del sé e della comunità: ” Per chi sono io?”. Riuscire a misurare la propria identità nella dimensione sociale e nel confronto con l’altro potrà regalare alle nuove generazioni il senso della vita. Individuare e decodificare i processi del proprio cammino vocazionale non è cosa facile: sono troppi e repentini i cambiamenti sociali e contestuali: la società della conoscenza, perennemente in fieri, offre opportunità e rischi non completamente codificabili; l’industria 4.0 ci pone di fronte alle nuove sfide tecnologiche e lavorative della realtà aumentata, dei robot autonomi, del cloud computing ( tecniche per l’analisi di grandi quantità di dati per migliorare la qualità della produzione), dell’ integrazione orizzontale e verticale dei sistemi produttivi, della produzione additiva (per la realizzazione di oggetti a partire da modelli digitali), della cybersicurezza dei dati che vengono scambiati per scopi lavorativi o sociali. Non abbiamo piena contezza delle potenzialità lavorative future e, sottolinea Padre Costa, non ne hanno i ragazzi che, dunque, devono essere accolti, ascoltati e guidati nelle proprie scelte. Tali scelte è opportuno che non siano aprioristiche rispetto alle esperienze, ma consapevoli in quanto frutto di maturazione acquisita nei vari percorsi, di studio, stage, volontariato, esperienze professionali, talvolta anche aliene rispetto agli studi effettuati. E’ innegabile che i titoli formali offrano sempre meno garanzie di impiego e che non sempre si possa aspirare ad una collocazione lavorativa che rifletta la formazione acquisita. Padre ha citato i dati di una ricerca delle ACLI secondo cui il 44,9% del campione indagato dichiara di lavorare per la sussistenza e non per fare carriera. In tale contesto reale e psicologico è difficile poter pensare che i giovani siano tutti in grado di fare auto-riflessione o che abbiano capacità di agire: occorre che gli adulti riscoprano la vocazione a mediare per la vocazione dei giovani, “nativi precari”. La definizione fa riferimento alla situazione di incertezza e di instabilità di ragazzi i cui genitori sono stati a loro volta vittime della precarietà di senso, prima ancora che lavorativa. Il senso di precarietà li induce, secondo i dati riferiti, a fare scelte lavorative non in linea non solo con il percorso formativo, ma anche fuori dalle regole che disciplinano i contratti lavorativi e le conquiste sindacali. La distinzione tra lavoro, tempo libero e impegno, le cosiddette “traiettorie biografiche” vanno assumendo contorni sempre più sfrangiati e, come in un cappello a cilindro, si spera vi si possa tirar fuori ad un certo punto della maturazione formativa e professionale, il tanto agognato lavoro, cui ambisce l’82,7% dei giovani italiani. Ritorna prepotentemente nelle parole del relatore la necessità di accompagnare i giovani nella ricerca della propria vocazione, perché siano in grado di dare risposte alla domanda “Chi sono io?”, ma soprattutto per rispondere alla domanda: ”Per chi e a che cosa contribuisce il mio lavoro?”.
Mons. Felice Accrocca trova che la nuova via da intraprendere con i giovani sia lastricata di difficoltà, richieda coraggio e forte spirito di iniziativa e che soprattutto contempli il pensare per progetti e la co-progettazione tra formatori e discenti, perché gli adulti risultino credibili agli occhi dei giovani e perché si cerchino vie di comunicazione più efficaci ed in linea con nuovi approcci metodologici, più iconici e destrutturati rispetto a quelli lineari, logici e strutturati cui sono abituate le vecchie generazioni. Fare cose con i giovani è stato l’invito pressante dell’Arcivescovo.

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